
Esiste un Piemonte meno celebrato dalle rotte del grande turismo enologico, ma capace di regalare scorci di una bellezza struggente e silenziosa. Siamo nel Biellese, un territorio dove le ultime propaggini delle Alpi si stemperano in un paesaggio di colline dolci e pianure argillose, note come la Baraggia. Spesso definita l’”ultima savana italiana”, la Baraggia è un ecosistema unico, caratterizzato da brughiere, praterie e boschi di betulle, dove la terra assume tonalità rossastre e una compattezza che ne ha forgiato il carattere agricolo. In questo scenario sospeso tra la verticalità del Monte Rosa e la quiete della pianura, sorge Mottalciata, un borgo che custodisce una vocazione vitivinicola antica, fatta di terreni acidi e minerali che donano ai vini una tempra inconfondibile.
Esplorare i dintorni di Mottalciata significa immergersi in un’area dove la storia medievale ha lasciato segni indelebili. A pochi minuti di strada si trova il Ricetto di Candelo, uno dei borghi più belli d’Italia: una struttura fortificata di epoca medievale perfettamente conservata, dove i contadini un tempo custodivano i frutti del raccolto e il vino. Camminare tra le sue “rue” acciottolate permette di respirare un’atmosfera autentica, la stessa che si ritrova percorrendo i sentieri della vicina Riserva Naturale della Bessa, un’antica miniera d’oro a cielo aperto di epoca romana, oggi trasformata in un parco naturale dove la vegetazione ha riconquistato cumuli di ciottoli millenari. Per chi ama l’arte e la spiritualità, il Biellese offre il Santuario di Oropa, Patrimonio UNESCO, incastonato in un anfiteatro naturale di rara maestosità. Ma è proprio qui, a quote più basse, che il concetto di “slow living” trova la sua applicazione più genuina: tra i mercati agricoli di Biella (Città Creativa UNESCO) e le piccole botteghe dove si lavorano le lane più pregiate del mondo, il tempo sembra aver trovato un accordo con l’uomo, invitandolo a riscoprire il valore della sosta e della qualità.
In questo contesto di rurale resistenza opera Alberto con la sua La Mosca Bianca, un progetto che già nel nome dichiara la volontà di uscire dagli schemi della produzione massificata. Come emerge dal racconto della cantina, “La Mosca Bianca” nasce dalla necessità di dare voce a chi sceglie una strada diversa, fatta di recupero di piccoli vigneti dimenticati e di un approccio alla viticoltura che non insegue le mode, ma il ritmo naturale delle stagioni. La filosofia aziendale è un inno alla diversità: ogni etichetta è il racconto di una parcella di terra, di un’annata specifica e di un intervento umano che si limita ad accompagnare l’uva nel suo percorso verso la bottiglia. Qui l’artigianalità non è un vezzo, ma una pratica quotidiana che prevede l’eliminazione di chiarifiche e filtrazioni invasive, preservando l’integrità del succo d’uva.
Il cuore della produzione di Alberto batte per i vitigni autoctoni che hanno trovato casa su queste argille acide. L’Erbaluce, vitigno bianco simbolo dell’alto Piemonte, qui acquisisce una sapidità minerale e una freschezza citrina che lo rendono vibrante e longevo. Sul fronte dei rossi, la cantina valorizza la Vespolina, il Nebbiolo, la Barbera e la Croatina, spesso vinificati in blend che richiamano le antiche tradizioni contadine della zona, dove la vigna era un giardino misto capace di regalare complessità e sfumature imprevedibili. I vini de La Mosca Bianca non cercano la perfezione tecnica assoluta, ma la verità del sorso: sono prodotti vivi, capaci di evolvere nel calice e di raccontare, senza filtri, la mineralità del terreno biellese e la passione di un vignaiolo che ha scelto di vivere e produrre “slow”, trasformando la diversità in un valore universale e la bottiglia in un veicolo di cultura territoriale.
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