La serie del momento: tutto quello che ci vuole insegnare The Bear sulla cucina

Francesco Garbo  | 25 Ago 2023  | Tempo di lettura: 2 minuti

In questi giorni non si parla d’altro se non della famosa serie tv, The Bear, che parla del mondo della cucina, ma in modo diverso da quello di cui si è abituati. Le cucine stellate appaiono sempre come un luogo perfetto dove tutto funziona in modo assolutamente impeccabile e dove lusso e ricercatezza regnano indiscussi. In questa serie tv però la descrizione della cucina è diversa, una vita insostenibile si cela dietro questo velo di candore. Ecco cosa abbiamo imparato sul mondo della cucina anche grazie a queste serie.

La cucina delle serie tv e la cucina reale

Che l‘alta cucina non stia vivendo un buon momento negli ultimi anni non è di certo una novità. Penso alla chiusura del Noma di Copanaghen di René Redzepi, il tempio della cucina contemporanea che ha formato giovani chef ora stellati in tutto il mondo. Motivo della chiusura? “Finanziariamente ed emotivamente” insostenibile. Un clima infernale quello che si respira nelle cucina di alto livello con ritmi insostenibili e giorni di riposo quasi inesistenti. Già nella prima stagione la serie tv The Bear aveva accennato a queste tematiche rendendole pubbliche.

La cucina della serie tv è condotta dallo chef Carmen Berzatto, un ristorante italo-americano inventato ma ispirato ad un vero locale. Il linguaggio di The Bear è accessibile a tutti anche a chi non ha mai messo piede in una cucina e chi di questo mondo ne capisce poco, rende subito evidente come sia difficile relazionarsi in cucina con i colleghi, il senso di precarietà di questo lavoro e la continua mancanza di fondi sufficienti a mandare avanti il locale come dovrebbe. Nella prima stagione lo chef Carmy, che sul curriculum conta alcune delle cucine più prestigiose al mondo, si trova a dover gestire il ristorante di famiglia a Chicago. Qui si mette a capo di una sgangherata brigata in cucina che però riesce a conquistare molti clienti della zona.

Il segreto, come dicevamo, sta nel modo di raccontare il mondo della cucina che è del tutto diverso da quello convenzionale, ci si sente parte di quella brigata che con molta fatica riesce a terminare con successo quasi ogni servizio. Finzione cinematografica? Non del tutto visto che proprio nel Noma di Copenaghen gli stagisti lavoravano per oltre 70 ore alla settimana senza essere nemmeno retribuiti.

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