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Pesca e Nettarina di Romagna IGP

Tipo di prodotto:
Prodotto frutticolo fresco, ottenuto da diverse varietà a polpa gialla e polpa bianca.
Esso viene ottenuto con tecniche tradizionali e rispettose dell’ambiente.
La dimensione degli alberi deve essere determinata in vista di ottenere prodotti di alto livello qualitativo; occorre effettuare almeno tre raccolte senza danneggiare il frutto. I limiti massimi sono di 2.000 piante per ettaro, relativamente alla densità, e di 30.000 e 35.000 chilogrammi per ettaro, relativamente alla produzione, rispettivamente per la pesca e per la nettarina.
Le forme di allevamento sono: palmetta, fusetto, vaso e vasetto ritardato. Ove possibile, la difesa fitosanitaria di prevalente utilizzo deve far ricorso alle tecniche di lotta integrata o biologica all’atto dell’immissione al consumo, la pesca e la nettarina di Romagna devono avere le caratteristiche proprie delle diverse specie previste, con circonferenza minima di 17,5 centimetri e tenore zuccherino minimo di 9,5° o di 11° brix, a seconda dell’epoca di raccolta.

Zona geografica di produzione:
La zona di produzione è costituita dal territorio atto alla coltivazione della pesca nelle province di Ferrara, Bologna, Forlì, Rimini, Ravenna.

Curiosità storiche e letterarie:
Dall’Economia del cittadino in villa, di Vincenzo Tanara, riportiamo due passi riguardanti la coltivazione della pesca ed un breve accenno alle “pesche noci”.

“Il Persico, da Fiorentini con molto gusto proferito senza la R, è arbore tanto à tutti noto, quanto con error creduto quel frutto, che di Persia velenoso in Egitto fù portato, il quale per la clemenza di quel cielo divenne sano, al qual si rassomiglia quell’uomo, che mutando paese corregge i mali costumi, però che secondo Dioscoride quello chiamasi Perseo, ed è molto differente dal Persico in fronde, e frutti. Il Persico è però così detto perché venne di Persia per la sua breve durata, si può dire simbolo della vita humana; è fatto tanto copioso di varie specie, che non hà invidia à qual si voglia frutto in ornar per molto tempo le tauole, ove prima si contentava di due Mesi Autunnali solo. Certi Persici non più grossi d’una prugna chiamati Alberges, cominciano di Giugno ad esser buoni, seguitano le Persiche Giugne più grossette de gl’Alberges; poi vengono l’Augustane, indi tutta la turba dell’altre Persiche, come duraci, sanguigne, noci, staccate, cotogne, e le tardive, quali per tutto Novembre porgon frutto; piantato quell’arbore degenera meno, che altro frutto, e particolarmente l’Alberges, onde presso i nostri avi era perduto il modo d’inserirli, pretendendo questi, ò col trapiantarli
spesso, ò come ordina Virgilio col tagliarli vicino à terra farli tanto giovamento, che serva quasi per infitione, mentre con quest’attione se gli leva l’occasione d’attender solamente ad alzarsi, come per natura fanno, ma dandoli commodità di farli forti & abbondanti di radiche possino cacciar poi ramo grosso, e vigoroso, qual habbia forza di produr frutti grossi, belli, e saporiti; (…) E se ne fa salsa, come d’ogni altro frutto; dicono ancora, che si conservi fresco coperto di cera, ma principal delicia è la conserva di questi fatta in zucchero, chiamata persicata. Le Persiche non molto mature libere da scorza, e da osso si fanno cuocere nell’acqua con poca bollitura in maniera, che non si sfaciano, da poi scolata l’acqua mediante un ramino s’alargano sopra una tovaglia bianca, & ivi s’asciugano con un can pazzo, ò vogliam dir burazzo, palpandole, e premendole in maniera, che n’esca la superflua humidità, da poi incorporate in altretanto zucchero fino ben chiarito, e denso, mediante il misticarle assai in un mortaio di pietra, e col stringerle con le mani si rendano impalpabili; da poi se ne fanno forme in rotelle, in pezzi, ò in stampe, ò con le mani conforme il gusto de gli Artefici da tutte le quali commodità, bontà e virtù mosso il Bernia cantò.
Tutte le frutti in tutte le stagioni,
Come à dir mele Rose, Apie e Francesche,
Pere, Susine, Cirege, e Peponi,
Son bone à chi le piaccian secche, e fresche;
Ma s’havessi ad esser Giudic’io,
Le non han à far nulla con le Pesche.

E sia certo ogni uno di questa verità, che chi vuole Persiche belle, grosse, & odorifere non bisogna contentarsi del solo piantar gli ossi, ne trapiantarli, ne tagliarli, ma inserirli nei modi sudetti, & inserto sopra inserto farà frutti principalissimi, se s’inserisce sopra il Mandorlo salvatico di gariglio amaro, non fa le Mandorle Persiche, come vogliono, perche quella è una specie particolare, ne meno succede, che se nel piantare un’osso di Persica, se gli ponga vicino un gariglio dolce d’Amandorla, che naschino Mandorle Persiche, ancorche il Mattioli dica, che in Toscana si faccia, e che sia vero, aperto l’osso d’una Mandorla persica si ritrovarà il gariglio amaro. Le Persiche noci sono ancor loro specie da se, non perche siano inserite sopra la noce, ne meno le sanguigne sopra mori, per le ragioni, che poco da basso diremo. Similmente è certo, che il piantar Persiche presso rose non causa, che facciano frutto più rosso, può più tosto essere, che le Persiche piantate in radica di carotta riescano rosse di frutto, onde sono ancor dette Persiche carotte, overo, che quando cominciano gli ossi ad aprirsi per germogliare, se gli ponga dentro cinabro, ò vergino, ò zafarano acciò ricevano qualità rossa, ò gialla, ò odorata, ma non già mai per via d’inserto credo si possa mutar la specie, se non nel modo che si dirà a basso. Martiale vuole, che s’inserisca sopra le Moniache, ò bricoche, dicendo.
Vilia maternis fueramus percoqua ramis. Nunc in adoptivis Persica sola fumus.” (*)

Riferimenti bibliografici:
(*) Vincenzo Tanara, L’economia del cittadino in villa, Bologna, Edizioni Analisi, 1987 (prima ed. Bologna, 1644), pagg. 373-6.

Fonte:
Ermes Agricoltura – Regione Emilia Romagna