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Zafferano di Città della Pieve

Territorio
L’area di produzione de “Il Croco di Pietro Perugino – Zafferano di Cittá della Pieve” comprende i comuni di: Allerona, Cittá della Pieve, Fabro, , Ficulle, Montegabbione, , Monteleone d’Orvieto, Paciano, Panicale, , Parrano, Piegaro, San Venanzo.

L’area di produzione interessa inoltre, per porzioni significative, anche i territori comunali di Castiglione del Lago, Corciano, Magione, Marsciano, Perugia.

Descrizione del prodotto
Il Croco di Pietro Perugino-Zafferano di Città della Pieve è commercializzato esclusivamente in fili purissimi per garantire la sua autenticità e risulta di ottima qualità.

Cenni storici e curiosità
La pianta, originaria dell’Asia Minore, fu impiegata fin dall’antichitá per uso tintorio, farmacologico, cosmetico e gastronomico. Le sue proprietà erano note agli Egizi come conferma il Papiro di Ebers del 1550 a.C. ca, ma anche in ambito cretese-miceneo, tanto che il fiore dello zafferano é raffigurato nelle pareti del Palazzo di Cnosso. Nella Bibbia e precisamente nel Cantico dei Cantici, lo zafferano viene associato alle piante piú aromatiche e pregiate che nascono nel giardino. Conosciuto anche in India, é citato nei Veda, tra i più antichi testi del brahamanesimo ed è ancora usato dai monaci buddisti per tingere le loro vesti.

I Greci, successivamente i Romani e gli uomini del Medioevo, chiamarono la pianta “croco”. Omero nell’Iliade indica il croco, insieme al loto e al giacinto, tra i fiori del letto di nuvole di Zeus, re dell’Olimpo. Il medico greco Ippocrate loda le sue facoltá farmacologiche raccomandandolo contro i reumatismi, la gotta e il mal di denti. Galeno addirittura lo prescrive per tutti i mali. I Romani lo usarono soprattutto in cucina: famose le ricette di Apicio con salse a base di croco per condire il pesce. Gli Arabi lo diffusero in Spagna, che ancora oggi é la più grande produttrice di questa pianta. Si deve pertanto agli Arabi il mutamento nel corso del Medioevo del nome, da croco a zafferano. La parola deriva dal persiano “safra” (giallo), passato nell’arabo “za’faràn” e quindi nello spagnolo “azafran”. Il giallo si riferisce al colore assunto dagli stimmi dopo la cottura.

Soprattutto in Italia, con lo sviluppo della civiltá mercantile del sec. XIII, lo zafferano fu coltivato e commerciato come pianta tintoria, in particolare per colorare panni di lana, seta, lino e fu usato anche nella pittura. Nel Medioevo continuò comunque anche l’uso farmacologico, come antispasmodico e sedativo, contro i dolori dentali, l’insonnia, l’isteria. Lo zafferano fu ritenuto importante per la salute di stomaco, milza, fegato, cuore. Si pensó perfino che favorisse il parto, ritardasse la vecchiaia e aumentasse le capacitá amatorie. Di conseguenza, oltre che in svariati liquori, nei profumi e nei cosmetici, lo zafferano ebbe largo impiego tra Medioevo e Rinascimento anche in cucina. Fu così la regina delle spezie prima che si diffondessero altre piante a seguito della scoperta dell’America. In Italia centrale fu usato per condire carni di capretto, piccione, pollo, pesce, minestre, frittate, formaggi, biscotti, frittelle… Fu accompagnato a farro, ceci, piselli, zucche, fave, rape, funghi…

Il più antico riferimento al commercio di zafferano nel Territorio di Città della Pieve è la citazione contenuta nello Statuto del Comune di Perugia del 1279, dove all’articolo 509 “Qualiter eligantur potestas Castri plebis” si vietava nell’allora contado di Castel della Pieve la semina della pianta citata come grocum, ovvero croco, ai forestieri.
Il valore attribuito alla produzione di croco nel territorio pievese accrebbe poi nei secoli successivi, come documentano le dettagliate ordinanze emanate dalle autorità locali riguardo la coltura e la «ricolta di saffarano». Quest’ultima era severamente regolata negli Statuti della Gabella di Castel della Pieve del 1537-1539, i quali imponevano l’obbligo a chiunque raccogliesse zafferano nel suddetto distretto di denunciarne al Comune il quantitativo prelevato, ottemperando poi alla tassazione prevista entro e non oltre l’8 novembre. La grande attenzione rivolta alla produzione di zafferano nel comprensorio di Castel della Pieve era sicuramente legata all’uso dei pigmenti ricavabili dalla pianta, impiegati in modo particolare nella tintura di panni (lana, velluti e sete) e filati, di cui a lungo la città fu un importante centro produttivo.
Famosissimi erano infatti i panni e i damaschi di Città della Pieve e le preziose sete colorate con lo zafferano «che anche “il Perugino” pare utilizzasse per rendere in affresco l’inimitabile riflesso dorato dei tessuti tinti con quest’oro naturale» [Buseghin 2004: 77-79].
Il recupero e la reintroduzione dell’antica coltura si deve all’Agronomo Alberto Viganò che circa un trentennio fà impiantò nelle sue proprietà, situate nel comprensorio di Città della Pieve, alcuni bulbi di zafferano. Da questa esperienza derivarono altre coltivazioni condotte da alcuni agricoltori pievesi affascinati anch’essi dalle potenzialità produttive della spezia. Nel giugno 2002, con il forte sostegno dell’Amministrazione Comunale e della Comunità Montana Monti del Trasimeno, è stato costituito il Consorzio “Il Croco di Pietro Perugino Zafferano di Città della Pieve-Alberto Viganò” e sono stati registrati presso la Camera di Commercio di Perugia il marchio e logo.