
Al confine tra Piemonte e Valle d’Aosta, dove la pianura padana cede definitivamente il passo all’imponenza delle Alpi Graie, il paesaggio si trasforma in un monumento alla fatica e all’ingegno umano. Siamo a Quincinetto, una delle “porte” storiche del Canavese, un territorio caratterizzato da una verticalità vertiginosa dove la coltivazione della vite ha assunto nei secoli i tratti di un’epopea. Qui, la montagna non viene solo scalata, ma letteralmente modellata: i versanti sono scanditi da terrazzamenti sorretti da imponenti muri a secco, un ricamo di pietra che permette ai filari di aggrapparsi a pendenze che altrimenti non lascerebbero spazio a nient’altro che alla roccia nuda.

Quincinetto e i borghi limitrofi, come la celebre Carema, custodiscono un patrimonio rurale unico nel suo genere. Passeggiando tra le vigne, lo sguardo viene catturato dai “pilun”, i caratteristici pilastri in pietra e calce a forma di tronco di cono che sorreggono le pergole (le topi). Queste strutture non hanno solo una funzione architettonica, ma termica: accumulano il calore del sole durante il giorno per rilasciarlo alle viti durante le fresche notti alpine. Il borgo di Quincinetto è noto anche per i suoi Balmetti, cavità naturali utilizzate fin dall’antichità come cantine grazie alla “ora”, un soffio di aria fresca e costante che fuoriesce dalle viscere della montagna, mantenendo temperatura e umidità perfette per la conservazione del vino e dei prodotti locali, come la rinomata Cipolla di Quincinetto (presidio De.Co.). Il territorio è attraversato dal cammino della Via Francigena, che qui regala scorci di rara suggestione tra antiche mulattiere e resti di fortificazioni medievali. Poco distante, il Forte di Bard domina la vallata, ricordando l’importanza strategica di questo passaggio. Per il visitatore, esplorare queste terre significa immergersi in un microclima alpino mitigato dal riflesso del sole sulle rocce granitiche, un ambiente dove la biodiversità è protetta dall’isolamento naturale e dove la gastronomia parla una lingua fatta di formaggi d’alpeggio, carni stufate e pane di segale, in una sintesi perfetta tra cultura sabauda e spirito montanaro.
In questo scenario di viticoltura estrema nasce e opera l’Azienda Agricola La Palera, una realtà che già nel nome rende omaggio ai pilastri di pietra che sostengono la storia di queste vigne. Come emerge dal racconto della famiglia, la missione aziendale è quella di preservare un’eredità agricola che rischiava di andare perduta, puntando tutto sulla qualità assoluta e sul rispetto dei ritmi naturali. Operare in questo contesto significa rinunciare quasi totalmente alla meccanizzazione: ogni gesto, dalla potatura alla vendemmia, è compiuto manualmente, un lavoro artigianale che trasforma ogni bottiglia in un pezzo unico di territorio.
La filosofia de La Palera si fonda su una gestione sostenibile del vigneto, riducendo al minimo l’impiego di sostanze di sintesi per lasciare che sia la terra – ricca di minerali e sedimenti glaciali – a esprimersi. Il vitigno principe è il Nebbiolo, che in questo angolo di Canavese prende il nome di Picotendro. Si tratta di un biotipo locale capace di dare origine a vini di straordinaria eleganza, caratterizzati da una trama tannica fine e da profumi che richiamano la violetta, la rosa appassita e una nota speziata e ferrosa tipica dei terreni granitici. Accanto ai rossi, la cantina valorizza i vitigni bianchi autoctoni come l’Erbaluce, declinandolo in versioni capaci di stupire per freschezza e longevità. Una menzione speciale merita il loro Passito, un nettare che richiede mesi di appassimento e anni di pazienza, simbolo della dedizione totale di una famiglia che ha scelto di restare sentinella di una montagna difficile, trasformando la fatica in un’eccellenza che parla di radici profonde e visioni future.
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