Uva catalanesca, storia e curiosità dell’uva campana che per amore arrivò dalla Spagna

Marianna Di Pilla  | 04 Giu 2024  | Tempo di lettura: 4 minuti
Uva Catalanesca

L’uva Catalanesca è un vitigno autoctono particolarmente diffuso in Campania, e soprattutto nei comuni di Somma Vesuviana, Sant’Anastasia, Ottaviano e altri limitrofi appartenenti all’area del Vesuvio. E la storia che l’ha portata ad essere quella che è oggi è una storia di… emigrazione e amore.

Caratteristiche dell’Uva Catalanesca


La Catalanesca si distingue per i suoi grappoli grandi e allungati, con acini di medie dimensioni dal colore giallo-verde dorato che diventa più intenso man mano che l’uva matura sotto il sole.
Le bacche rotondeggianti sono di un tipico colore dorato; la polpa è dolce e croccante e ricca di vinaccioli. Il grappolo è rado e la polpa è bianca e carnosa e viene molto apprezzata per il suo sapore dolce. L’elevato tasso zuccherino la rende adatta alla vinificazione, eseguita solo localmente ed esclusivamente a livello familiare.
La buccia degli acini è piuttosto spessa, una caratteristica che contribuisce alla buona conservazione del frutto anche dopo la raccolta.
Il sapore dell’uva Catalanesca è dolce, con un equilibrato tocco di acidità, che la rende piacevolmente rinfrescante.

Uva catalanesca in cucina e in enologia

vino bianco
Questa varietà è notoriamente coltivata per le sue caratteristiche uniche che la rendono adatta tanto alla produzione di vini quanto al consumo da tavola.
In ambito vinicolo, l’uva Catalanesca è valorizzata per la produzione di vini bianchi aromatici, che spesso presentano note floreali e fruttate, con una buona struttura e un’eccellente capacità di invecchiamento. Nonostante non sia uno dei vitigni più conosciuti fuori dalla sua regione nativa, contribuisce a creare vini che riflettono profondamente il terroir vulcanico, ricchi di mineralità e con un sapore distintivo che sembra catturare fino in fondo l’essenza del suolo lavico.
Come uva da tavola, la Catalanesca è apprezzata per il suo gusto equilibrato e la consistenza croccante. È spesso consumata fresca, da sola o come parte di macedonie, insalate di frutta o dessert.
L’uva Catalanesca rappresenta un esempio squisito di come la diversità agricola italiana sia in grado di offrire prodotti unici, capaci di arricchire sia la tavola che la cantina. Che si tratti di gustarla fresca o di esplorare le sue molteplici applicazioni in cucina e in enologia, questa varietà di uva rimane una perla della tradizione campana, testimone della ricchezza culinaria e vitivinicola della regione.

Cenni storici e curiosità


Questo frutto deve il suo nome alla sua origine geografica: fu importata qui dalla Catalogna in Spagna da Alfonso I d’Aragona nel XV secolo, e impiantato sulle pendici del Monte Somma, fra Somma Vesuviana e Terzigno.
Ma come ha fatto ad arrivare in Campania dalla Spagna? Pare che sia stata tutta una storia d’amore.
La sua storia è strettamente legata a quella di Alfonso I d’Aragona e Lucrezia d’Alagno, donna di straordinaria bellezza e intelligenza che catturò il cuore del re.
I due si incontrarono per la prima volta a Napoli durante un’occasione sociale, e nonostante la loro relazione rimase a lungo su un piano intellettuale, Alfonso le dimostrò il suo affetto attraverso vari gesti, inclusa la donazione del vitigno Catalanesca.

Ogni assaggio di Catalanesca Igp è un omaggio alla storia romantica e complessa di Alfonso e Lucrezia, simbolo della storia napoletana nato da un amore regale e cresciuto nelle terre ricche di storia del Vesuvio. Un esempio perfetto di come il vino possa essere tanto una bevanda quanto un narratore di storie e un custode di tradizioni.
Su questi fertili terreni vulcanici l’uva fu presto sfruttata dai contadini vesuviani per vinificare negli imponenti cellai delle masserie, dove ancora oggi è possibile trovare torchi che risalgono al ‘600. Solo il prodotto eccedente veniva utilizzato come uva da tavola.
Dal 2006 è stata ufficialmente aggiunta all’elenco delle uve da vino.
Si raccoglie tra ottobre e novembre ma può permanere sulla pianta fino alla fine dell’anno: un tempo vi era la consuetudine di lasciare sulla pianta i grappoli più belli, eliminando via via gli acini guasti, così da favorirne il mantenimento fino al periodo natalizio.

Marianna Di Pilla
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